diffusioneteatro 2010/11
XXVIII anno
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Luisa Guarro ha scritto "Mi chiamo Omar": ha messo assieme le parole ascoltando Omar Suleiman che le ha narrato la sua storia e in quel momento stesso è stata baciata in fronte da Mnemosine. Con quel bacio, la madre delle muse ha fatto molto di più che assisterla semplicemente: l'ha adottata e protetta conferendole il valore leggendario del poeta epico e la voce autorevole del vaticinante; la crudezza del cronista di guerra e l'etereo mondo onirico dell'artista, la forza del guerriero e la mano esperta e leggera di chi affresca un dipinto. E' stato come se la Dea avesse raccolto le lacrime della sua commozione e le avesse distillate in pura poesia.
Nasce così un allestimento dalle suggestioni sovrapposte e commoventi che trascinano in un lontano villaggio della Palestina, in una piccola casa in cui Omar cresce e in cui oggi, con il gioco semplice del teatro, ospita gli spettatori e gli prepara da mangiare mentre scorrono immagini e si susseguono parole in movimento che ripercorrono alcuni toccanti passaggi della sua infanzia: poteva essere una storia scontata, una delle tante che parlano di deportazione, esilio, guerra, strappi con il passato, insomma dolore e sofferenze, difficoltà e pianto.
Invece, un tocco leggero e sensibile ha inchiodato lo spettatore al tavolino garbatamente apparecchiato con vino e antipasto: il pubblico interdetto si è segretamente chiesto se mai fosse stato il caso di iniziare o di attendere, magari, che qualcuno lo invitasse a cominciare. Ma Omar intento ai fornelli, più che un cuciniere, appariva distaccato e severo come un principe spodestato e dava più importanza ai cetrioli e al prezzemolo che ai commensali: un altro comportamento sarebbe stato invasivo e avrebbe avuto il sapore di una maniera per catturare l'attenzione e forzare la mano... poteva diventare una cena-spettacolo e invece non è stata questa!
Odori, sapori, visioni e suoni sono stati felicemente combinati a coinvolgere tutti i sensi e c'è voluto poco per capire che la protagonista non era "la cena", ma "la memoria". Un rito collettivo in cui non si percepiva il minimo tintinnio di bicchieri, piatti e posate: in modo discreto e naturale, cibarsi è diventata una prova discreta e sottile di sopravvivenza partecipativa, una necessità commotiva che ha eccitato le sensibilità mettendo tutti d'accordo. Uno spettacolo vero e proprio senza orpelli, nè accrescitivi nè diminutivi; uno spettacolo che utilizza tecniche già consolidate, ma rielaborate con mano sapiente da Luisa Guarro che con questa regia guadagna a pieno titolo il rispetto e merita l'attenzione di una critica saggia, accorta e competente.
Lo spettacolo, ancora in scena alla Galleria Toledo di Napoli, si avvale della sensibile interpretazione dello stesso Omar Suleiman, della figlia Dalail Suleiman e di Sara Schiavo, Silvia Montieri, Gaetano Battista e Antonella Mahieux. Per finire, meritano una menzione le luci di Paco Summonte, i suoni di Paolo Petraroli, le proiezioni di Irene servillo e Antonio Ruberto e il progetto video di Alessandro Papa.
Inizio ore 21 (festivi ore 18) solo su prenotazione 081-425037.
Da non perdere. Eduardo Zampella
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leggete questo articolo, ma vi prego di leggere anche la risposta di Eduardo Zampella in coda...
La recita del "mostro" Caligola («Il Mattino», 7 gennaio 2011)
pubblicato il 07 Gennaio 2011
recensione
Non bisogna mai dimenticare che la caratteristica decisiva dell'opera di Camus è l'ambiguità: un'ambiguità che discende dalla continua oscillazione fra il nichilismo e l'umanesimo. E ne costituisce una prova esaustiva «Caligola», ora alla Galleria Toledo - col titolo «Caligola on air» e la coproduzione dello Stabile di Napoli - nell'adattamento e per la regia di Orlando Cinque.
Non a caso, del resto, in quel dramma s'avvertono echi dostoevskiani per un verso e tolstoiani per l'altro. E vi si dispiega, certo, la tragedia di una lucida intelligenza: Caligola non è pazzo, scatena il terrore e il caos solo perché - giunto a rendersi conto dell'irrimediabile assurdità che governa l'universo - vuole che se ne rendano conto tutti gli uomini. Ma, nella versione del '47 (la prima stesura del testo risaliva al '38-'39), in punto di morte Caligola confessa: «Mi sono sbagliato, la mia strada non è quella buona». E, nella prefazione all'edizione americana, Camus definì il dramma come «la storia del più tragico degli errori».
Orlando Cinque, invece, non ha il minimo dubbio: per lui il Caligola di Camus è un «profeta folle» che si dedica all'«esercizio spietato e casuale del Male gratuito, del Male come spettacolo». E allora, giù con gli artifici e gli esibizionismi, peraltro nemmeno inediti e dirompenti: il reiterato aprirsi e chiudersi dei sipari esterno e interno; i personaggi che, giusto l'«on air» del titolo, a tratti vanno in onda da uno studio radiofonico o televisivo che sia, primo fra tutti un Caligola impegnato, dietro il microfono, in proclami vari e in una canzone sul se stesso in quanto «mostro»; gli attori che di tanto in tanto scendono nella platea illuminata per recitare a diretto contatto con gli spettatori...
Il paradosso, poi, è che - in dispregio della «lettura» del testo e dell'idea registica di cui sopra - vengono a mancare proprio la consistenza e la tenuta degl'interpreti: alcuni, addirittura sul piano della pronuncia, sono francamente da dimenticare, mentre gli altri restano prigionieri di una recitazione o scolastica o stucchevolmente e inutilmente esibita. Accanto allo stesso Cinque (nei panni, è ovvio, di Caligola), ci sono Alessandra D'Elia (Cesonia), Vincenzo Del Prete (Elicone), Fernando Siciliano (Cassio) e Pietro Tammaro (Scipione).
Ma il migliore, nel ruolo di Cherea, mi sembra Stefano Jotti. È l'unico che riesca a trasmettere in qualche modo l'ambiguità «ontologica» prospettata dalla scrittura di Camus.
Enrico Fiore
(«Il Mattino», 7 gennaio 2011)
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Esercizio di Stile di Eduardo Zampella
Ho letto con stupore l’articolo pubblicato ieri dal critico Enrico Fiore, peraltro persona dolcissima e mite, una vera gioia sentirlo parlare con competenza, sapienza e semplicità, una di quelle persone che erudiscono orizzontalmente e non fanno piovere dall’alto giudizi o pregiudizi che siano.
Con stupore, non perché abbia sparato a zero su uno spettacolo che ho trovato personalmente molto gradevole e moderno, ma perché resto basito di fronte ad una inaspettata violenza verbale che non ammette repliche né contraddittorio.
Certo, questa è la sua opinione, di persona qualificata e pubblicamente riconosciuta quale firma della massima autorità, ma mi pare che attualmente non si consenta neppure a un capo di Stato di sentenziare inappellabilmente decretando il fallimento di un’iniziativa carica di professionalità e lealtà.
E poi… a me, che ho pagato un regolare biglietto d’ingresso, lo spettacolo è piaciuto… e basta !!! Oltretutto mi dà molto fastidio apprendere dai giornali che non ho capito niente e che ho speso i soldi a vuoto: prendi la macchina, paga il parcheggio, compra il biglietto… Ma chi sono questi che due giorni dopo sul “Mattino” udite udite… e dico “Il Mattino” di Napoli… chi sono questi che mi suggeriscono cosa deve piacermi e cosa no? Potrei capirli se fossimo in un paradiso terrestre in cui tutto funziona a meraviglia e vi è un futuro certo per tutti senza rompicoglioni di turno, ma così come stanno le cose, io non autorizzo nessuno a rovinarmi la festa: quell’ora e venti di distrazione pura che ho pagato per non pensare ai guai miei.
Intanto, bisogna dire che è accaduto qualcosa dal 1938 ad oggi. Non vi pare?
E questo “qualcosa” non è veramente poco: per esempio il sovvertimento di ogni etica e l’abuso dei potenti che sempre più e tuttora calpesta i diritti di sopravvivenza e la dignità culturale di un popolo intero. C’è bisogno di esempi? Partiamo dai preti? Vogliamo parlare delle veline? Inutile, fatelo voi!
Credo per questo che l’ambiguità di Caligola possa avere solo un valore “ontologico”, come dice Fiore, di una scrittura d’epoca… e adesso lo dico chiaramente: riportata oggi in quel modo sarebbe stato semplicemente un “esercizio di stile” senza nessuna conseguenza sul pensiero del 2011. Una ricostruzione storica che è forse quella che i dotti nostalgici si aspettavano da uno spettacolo sul Caligola di Camus.
Ma egregi amici, voi non siete venuti a teatro per giocare con il vostro giocattolo o per vedere realizzato lo spettacolo come avete sempre sognato di farlo voi… e mai lo avete fatto! La fatica di Orlando Cinque non si intitola “Caligola”… Camus andatevelo a rileggere per conto vostro. Questo spettacolo si intitola “Caligola ON AIR” e dalla prima all’ultima scena rimanda continuamente a fatti e vicende di una allarmante attualità: questo Caligola è un pazzo intelligente e lucido e mai nessun artificio o esibizionismo ha la possibilità di essere “inedito e dirompente” e mi sembra che Orlando Cinque abbia voluto porre l’accento proprio su tutto questo. E poi, siamo ancora attaccati alla pronuncia? Ma voi la vedete la televisione? Ma quale pronuncia? Vi è urgente necessità di rispolverare la grammatica perché da parte di tutti coloro che non sbagliano un accento, vi è una forte tendenza a bisticciare tra congiuntivi e ipotetiche, quando non si usano addirittura parole al posto di altre…
Basta. Lo spettacolo ricorda il grande teatro dei mattatori che non si vede più!
Cercate di riacchiappare questo spettacolo di Orlando Cinque: in un panorama di approssimazioni e marchette di vario genere, potrete ammirare la serietà di un uomo di questo secolo che ha portato, attraverso un’ardita rilettura, un contributo ad Albert Camus. Un testo bellissimo.
Andate a vedere questo «profeta folle» che si dedica all'«esercizio spietato e casuale del Male gratuito, del Male come spettacolo». Siamo in onda !!!
Non lasciatevi soggiogare da certe critiche da dimenticare come i più tragici degli errori e speriamo anzi che come nella versione del ’47, altri, insieme con Caligola, possano dire “mi son sbagliato, la strada non è quella buona”!
Tranquilli... non sarebbe troppo tardi !!!
8 gennaio 2011 Eduardo Zampella