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Gennaio 2010

 
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PROBLEMATICITA’ E PROBLEMATICA DELL’EDUCAZIONE IN ETA’ ADULTA (di Giuseppe Russillo )

L’educazione in età adulta costituisce a tutt’oggi un settore di difficile delimitazione, specialmente quando lo si vede come un vasto spazio proiettivo nel quale si possono strutturare sogni di un futuro migliore, in cui tutte le persone realizzeranno la piena espressione, l'autonomia più completa, sostenute da una sicura fiducia in sé, in sintonia con la propria condizione esistenziale. Tutto ciò accadrà quando da agenti inconsapevoli si arriverà ad essere autori del proprio progetto esistenziale superando la condizione di attori di un copione scritto da altri.

L’impegno al superamento di condizionamenti e avversità presenti verso un futuro non conflittuale che assecondi fini ideali, non è una novità nella storia dell’uomo, esso è all’origine di tutte le mitologie.

La differenza sostanziale, fra ciò che persegue un’educazione in età adulta e le mitologie, consiste nell’opporre ai semplici atti di fede di queste ultime, le possibilità operative e la ricerca sistematica di un mondo migliore, attuato in itinerari realisticamente percorribili, pur nelle difficoltà opposte da forze impersonali sulle quali non abbiamo alcun controllo, le quali sembrano indirizzarci nella direzione di un incubo.

Questo impulso disumano, come lo ha definito A. Huxley, è scientemente accelerato da organizzazioni commerciali e politiche che hanno messo a punto numerose tecniche per manipolare, nell’interesse di minoranze privilegiate, i pensieri e i sentimenti delle masse.

Contro la potenza di questi impulsi, i teorici e gli operatori dell’educazione in età adulta devono indirizzare la forza mobilitante dei propri progetti educativi, orientati a garantire e preservare l’integrità dell’essere umano considerato nella sua complessa globalità.



L’educazione dell’uomo è un processo che si compie lungo l’intero arco della vita anche quando il gruppo sociale non prende in carico la sua organizzazione in un quadro istituzionale.

In profonda simbiosi con il suo ambiente l’individuo procede attraverso un processo di ristrutturazione continua di elementi: “un viso intravisto per la prima volta, un comportamento abituale che provoca presso gli altri una reazione inattesa, il profilarsi di un ostacolo fisico nel cammino verso una meta, la sorpresa davanti all’espressione di valori non considerati sin ad allora, l’incomprensione di fronte all’emergenza di mezzi tecnici nuovi, brevemente, tutte le rotture di ritmi personali e tutte le ricomposizioni del contenuto dello spazio percettivo imposto dall’esterno o risultante da un’azione personale sull’ambiente, che distrugge l’equilibrio precedente”, impone uno sforzo di ristrutturazione di sé continuamente rinnovato.

In questo senso l’uomo è, sino alla fine dei suoi giorni, costantemente in evoluzione, in un continuo superamento di stati che lo obbligano ad uno sforzo continuo di ricomposizione.

Questo sforzo è dispendioso ed angosciante perché le sollecitazioni dell’ambiente sono numerose, varie, disordinate.

Non è più il tempo in cui la comunicazione da uomo a uomo e dell’uomo agli oggetti si limitava al campo immediato della comunità quasi chiusa del villaggio o del quartiere.

Oggi, mediato dalla tecnica, il mondo intero può entrare nella nostra casa: una moltitudine sconosciuta di informazioni e avvenimenti ci assale e condiziona.

E mentre aumentano le possibilità di sviluppo e di arricchimento, i rischi di frattura e di polverizzazione dei singoli soggetti sono aumentate nella stessa misura.

A forza di “uscire da noi” per rincorrere il nuovo, corriamo il rischio di diventare stranieri a noi stessi – omologati e alienati – per l’impossibilità di instaurare legami significativi fra le sparse informazioni che ci assalgono: senza poter classificare, gerarchizzare, in funzione di criteri personali costruiti dall’esperienza pregressa, siamo costretti a subirle passivamente come dei fatti esterni a noi, come delle cose.

Le comunicazioni, le conoscenze agiscono nell’orientamento di tutti i nostri atti, di tutti i nostri comportamenti, di tutti i nostri progetti (di lavoro, di consumi, ecc.); il pericolo che incombe è quello della manipolazione operata dai produttori e i detentori di queste conoscenze.

Siamo in pericolo continuo i diventare “cose serializzate” noi stessi nelle mani dei tecnocrati.

Il fenomeno di appropriazione del sapere da parte delle tecnostrutture, pone la maggioranza dei soggetti in una situazione di totale dipendenza rispetto a quelli che creano, diffondono e trasformano la conoscenza in funzione delle loro esigenze di profitto e di potere.

Nella società tecnocratica, non possiamo aspettarci che questo potere nuovo – il potere della scienza a fianco del potere del denaro – sia utilizzato per altre cose che non sia l’aumento del profitto e dei privilegi culturali.

La conoscenza scientifica viene investita nella costruzione di prodotti nuovi destinati al consumo, ma anche nella ricerca dei metodi per promuoverne l’acquisto: il risultato è la dissociazione completa delle personalità di ognuno, il cui stato completamente rimodellato dalla pubblicità è privato dei bisogni essenziali autenticamente umani, a favore di bisogni e interessi superflui indotti.

La peggiore conseguenza è che avendo interiorizzato gli obiettivi della società industriale e inconsapevoli dei meccanismi di persuasione che identificano i propri bisogni a quelli della tecnostruttura, gli individui si troveranno, attaccati al sistema dominante, riconciliati con esso.

La dinamica sociale in cui siamo immersi è una dinamica di falsa coscienza, che si caratterizza per una tendenza a dissociare, a far esplodere gli insiemi significativi in parti separate e senza significato e, correlativamente, per una tendenza ad irrigidire temporaneamente questi insiemi disgiunti, in modo da impedirgli ogni possibilità di ristrutturazione, di rinnovamento, di cambiamento.

A questa assenza di significato e di cambiamento endogeno può allora essere sostituito un senso e un movimento opposto, esogeno, non imposto ma sollecitato.

Questa forma di alienazione e di contestuale omologazione può apparire come direttamente dipendente, dal processo di privazione del potere legato alla conoscenza.

Privati del potere di una visione autentica del mondo, la maggior parte dei soggetti è costretta ad adoperare i discorsi esplicativi del tecnocrate e di adattarsi al ritmo del cambiamento tecnologico.

Ecco qualche elemento di questo discorso: lo sviluppo delle scienze e delle tecniche è ineluttabile, la loro frenetica accelerazione è quasi esponenziale, e in tutte le società industriali; questo sviluppo permette un aumento del prodotto interno lordo nei nostri paesi e dunque l’elevazione del livello di vita di ogni abitante; questo miglioramento delle condizioni di vita individuale è direttamente legato all’efficacia professionale il cui mantenimento esige un permanente adattamento al mutamento della tecnica; questo adattamento permanente richiede necessariamente una formazione permanente.

Così, al termine di un’argomentazione fondata sulle idee di profitto personale che ogni soggetto può trarre dalla sua partecipazione al progresso, emerge una concezione educativa di tipo adattivo che lascia intatto e anzi lo rinforza, il potere di quella minoranza creatrice del sapere e padrona delle sue applicazioni. Nell’assegnare attraverso la violenza – simbolica – una funzione utilitaristica all’educazione, il potere tecnocratico perpetua l’apparizione della falsa coscienza (formazione professionale disgiunta dall’educazione totale mirante l’adattamento a dei cambiamenti esteriori) e favorisce così il mantenimento di una struttura sociale immutabile e funzionale allo stesso potere.

Che fare di fronte a tale tendenza della nostra realtà? Rassegnarci all’ineluttabile o come suggeriva A. Touraine creare un movimento di cultura popolare come movimento di riappropriazione collettiva della conoscenza”.

La lotta deve essere organizzata, ma sotto quale forma? Contro questa “occupazione” ha scritto Jean Le Veugle, noi dobbiamo auspicare di veder nascere una “resistenza” con una sua rete e i suoi partigiani, sue azioni dirette … che saranno un’azione intellettuale combattiva, una volontà d’intervento incessante e dappertutto contro tutti i compromessi e i conformismi … “.

In quale contesto? E’ intorno ai luoghi dell’educazione, scuole, organismi di educazione degli adulti che deve e può essere costituita.

Con quali forze? Tutti gli educatori devono considerarsi mobilitati sul campo contro l’invasione. Cosa importa che i resistenti siano in pochi: sono state sempre minoranze risolute e ben organizzate che in tutte le epoche, hanno promosso le guerre di liberazione. Sono state le minoranze che di secolo in secolo hanno salvato l’umanità. Ciò legittima le nostre speranze nel richiamare le responsabilità presenti degli educatori, in particolare gli educatori degli adulti, questo corpo franco della rivoluzione cultural.

Il problema che si pone a questo punto è la scelta di campo degli operatori dell’educazione. Per essi, scegliere di essere la garanzia della salvaguardia dell’integrità umana implica necessariamente l’adesione al movimento di opposizione alla tecnocrazia evitando tentazioni luddiste, con l’unico intento di convertire in positivo quanto di distruttivo vi è in un uso distorto delle scoperte scientifiche; rifiutare l’opposizione significa rendersi complici della difesa dei valori disumani del potere tecnocratico e perpetuare le condizioni alienanti e omologanti della società attuale.

Questo significa affrancarsi da una mentalità che vede gli operatori come funzionari preposti a “sorvegliare e punire”, a favore di una nuova dimensione impegnata a scoprire le risorse e promuovere le potenzialità umane di ognuno e di tutti.

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1) J.ARDOINO, Education etrelations., Paris, Bordas/UNESCO, tr. It., Educazione e relazioni, 1980, Bari, Palomar, 1996.

2) J:FERRASSE, Le conflits de l’éducateur d’adultes, in “La pédagogie contemporaine”, Toulouse, Privat, 1972 (142 – 166).

3) A. TOURAINE, Peuple et culture, (n° 68).

4) J. LE VEUGLE, Initiation à l’Education permanente, Paris, Privat, 1968 (68).

5) M. FOUCAULT, Microfisica del potere, Torino, Einaudi, 1977 (109)

6) J. LE VEUGLE, Op. cit., (188)


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